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Articoli e saggi brevi
A ripercorrere gli eventi sociali e
politici di questi ultimi anni e la loro degradante evoluzione, pare
che il nostro Paese abbia abbracciato la vocazione a rincorrere
sempre di più il peggio. Una spirale continua, che si avvita in
discesa e di cui non si percepisce la fine. Una situazione
disperante per i giovani che s’affacciano per la prima volta nel
mondo del lavoro. Per i ricercatori scientifici senza prospettive.
Per la massa dei precari, con un futuro a dir poco incerto. Per i
lavoratori di mezza età, che un lavoro lo avevano, ma hanno avuto la
sfortuna di perderlo e la speranza di trovare una nuova occupazione
è pressoché nulla.
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Tutte problematiche che non toccano
i privilegiati di questa società: politici in testa, di nuovo conio
o di vecchio pelo; manager, che non pagano mai per i propri errori e
abusi; imprenditori con la propensione all’evasione fiscale e
all’accumulazione di fondi neri all’estero; professionisti e
lobbisti col pallino del non rispetto delle regole; tutti quei
carrieristi, nei vari ambiti sociali, il cui merito principale è
l’affiliazione o la fedeltà supina al capo di turno.
La nostra collettività è costretta
a fagocitare di tutto: crac finanziari spaventosi, con masse di
risparmiatori gabbati; scandali giudiziari; appalti truccati ad alto
livello; corruzione e peculato diffusi tra pubblico e privato, con
implicazione di escort e mazzette o con la compravendita di case di lusso a
prezzi irrisori; passaggi fasulli di proprietà di
imprese con l’obiettivo principale di mollare i propri dipendenti,
lasciandoli per mesi senza stipendi. Insomma, una realtà desolante
che fa discutere e supporre una nuova Tangentopoli, e dire al
direttore Paolo Mieli che questi scandali “possono far saltare il
sistema come nel ‘92”.
E poi, quando queste cose si
scoprono e finiscono col diventare di pubblico dominio, la colpa la
si dà alle intercettazioni telefoniche e alla magistratura che,
nell’esercizio delle proprie funzioni, le autorizza.
E, nonostante qualche impotente
esecrazione, si approvano leggi ad personam, solo per evitare i
processi in cui si è imputati. Si esibisce uno strapotere abnorme,
con la scusa che è il consenso popolare a volerlo. E invece, il
potere popolare si dovrebbe esercitare nei limiti del dettato
costituzionale.
“Siamo uguali davanti alla Legge se
lo Stato difende le proprie leggi e non soltanto gli uomini che lo
rappresentano. La classe dirigente di un Paese democratico deve
avere come obiettivo primario la sua integrità morale e politica”
scriveva il meridionalista Guido Dorso (Avellino, 1892-1947),
antifascista, nel suo saggio “La Rivoluzione Meridionale”,
frutto delle riflessioni del periodo cruciale in cui, nel 1923, fu
invitato da Piero Gobetti a collaborare con la propria rivista, “La
rivoluzione liberale”. E sempre
Dorso auspicava per il Meridione la nascita di una nuova classe
dirigente, improntata a un severo rigore morale. Ma in quali
condizioni sia il Sud è sotto gli occhi di tutti: dalla carenza
cronica di lavoro ai problemi della sanità, dalla raccolta mai
definitivamente risolta dei rifiuti al controllo capillare del
territorio da parte della criminalità organizzata. Nessuna politica
è riuscita nei decenni a sanare il divario col Nord e la “distanza”
tende a divaricarsi. Il rischio è che tra 20-30 anni la “Questione
meridionale” sia ancora aperta e irrisolta.
Si consumano faide interne ai
partiti e litigiosità tra apparati istituzionali. Ma guai a toccare
le poltrone! Era stato promesso ai quattro venti di ridurre il
numero dei seggi parlamentari e quello delle province, per contenere
i costi della politica. E invece, il numero delle province continua
a crescere, per creare posti alle mezze figure e ai galoppini della
politica!
Un quadro nazionale che la
recessione economica mondiale, partita dagli USA nel 2008, sotto la
tanto criticata presidenza repubblicana di George Dabliu Bush, con
la bancarotta di diverse grandi società che operavano nel credito e
nella finanza immobiliare, come la banca di investimenti
Lehman
Brothers, le società di mutui
Fannie Mae,
Freddie Mac
e la società di assicurazioni
AIG,
ha solo aggravato.
“Questo Paese, il tuo Paese, non è
più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio” scriveva Pier
Luigi Celli, direttore generale della Libera Università
internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli, ed ex
direttore generale della Rai, nell’articolo-lettera al figlio,
prossimo alla laurea, uscito sul quotidiano Repubblica
del 30 novembre 2009, intitolato
“Figlio
mio, lascia questo Paese”,
che ha fatto molto discutere, sia per il contenuto che per la
posizione sociale dell’autore.
E’, dunque, cosa tremenda il
contesto che ha indotto Celli a
scrivere quella lettera. Un Paese, il nostro, con una storia
importante e grandi maestri ormai alle spalle. Ma oggi la
gerontocrazia non lascia chance alle nuove generazioni e sono i
cattivi maestri a fare la differenza. In questa società, in cui si
ipotizzava l’introduzione delle gabbie salariali per riequilibrare
il costo della vita tra Nord e Sud, esiste da sempre un sistema di
“gabbie sociali”. Da noi, un Barack Obama con le sue umili origini
non avrebbe nessuna possibilità di arrivare a capo della Nazione,
come è successo in America.
Già
quaranta anni fa, molti di noi, che, in cerca di un’occupazione,
lasciavano il Sud per il Nord, avvertivano uno stato di cose di
questa fatta. Ma si sperava che con gli anni sarebbero maturati
tempi migliori. Soprattutto per i nostri figli. Purtroppo, il
dilagare del familismo amorale, lo scadimento dell’etica, le baronie
ineluttabili, i crac finanziari degli impuniti, le corruzioni, le
mafie, le connivenze e i riciclaggi a tutti i livelli e latitudini,
spazzano via ogni speranza.
Quando si mise in moto la
globalizzazione, ci rassicuravano che era un’opportunità. Che tutti
saremmo stati meglio. E invece, sono aumentati i poveri. Molte
imprese hanno chiuso i battenti. Altre sono in difficoltà. Altre
ancora, incassati i contributi pubblici locali o comunitari, si sono
delocalizzate. Ma sarebbe più proprio dire dileguate, lasciando
moltitudini di lavoratori a spasso, alcuni dei quali, per dare
visibilità ai gravi problemi personali e familiari, sono dovuti
salire per protesta sui tetti dei capannoni aziendali. La
globalizzazione ha favorito le economie dei paesi asiatici, le
multinazionali e creato opportunità per le mafie nostrane, che sono
diventate internazionali e hanno colto l’opportunità di diventare
più potenti col riciclaggio di capitali sporchi, investiti nei
diversi continenti.
E la bolla finanziaria, causa della
depressione economica in cui ci dimeniamo, non è detto che sia
scongiurata per gli anni a venire.
L’Italia, da tempo ormai, non è più
il Bel Paese
(dal titolo del libro più famoso del noto geologo italiano, l’abate
Antonio Stoppani, “Il
Bel Paese”
del 1786; ripreso a sua volta dal canto 146 del poeta Francesco
Petrarca:
il bel
paese ch’Appennin parte, e ‘l
mar circonda et l’Alpe).
Neanche per quanto concerne i suoi paesaggi e il territorio. E gli
inverni piovosi non fanno che evidenziarne il dissesto
idrogeologico, che autorità locali e nazionali, miopi e
imprevidenti, hanno fatto sì che arrivasse al grave stato in cui si
trova, con ripetute tragedie umane e insanabili disastri ambientali.
E, sempre in tema di territorio,
grave è la situazione ambientale in alcune regioni, provocata dallo
smaltimento criminale dei rifiuti dannosi per la salute da parte
dell’ecomafia e da quelle industrie che le proprie scorie tossiche
le interravano senza controlli, o le smaltivano nei fiumi o in mare.
Nell’inserto Tutto libri del
quotidiano La Stampa del 27
febbraio 2010, Marco Revelli, nel suo articolo “Che cosa
direbbe oggi Bobbio?”, cerca,
attraverso il pensiero del filosofo, di dare delle risposte a quel
che succede in questo Paese incivile, in cui dilagano corruzione,
scandali e ogni tipo di disprezzo delle regole.
Nella Prima Repubblica, i politici
implicati in atti di corruzione si dimettevano, perché trasparenza
ed esercizio pubblico del potere erano valori ancora formalmente
condivisi. E neanche chi ricopriva alte cariche istituzionali si
permetteva di metterli in discussione. Oggi, vi sono parlamentari
già condannati, che aspettano l’esito del terzo grado di giudizio
per decidere che fare. E chi è preso “col lardo in tasca” pensa bene
di non dimettersi. Alto è il rischio di ritrovarsi subito nelle
patrie galere.
Di Bobbio resta memorabile
l’articolo “La democrazia dell’applauso”,
uscito su La Stampa del 16
maggio 1984, in cui lui, socialista e “coscienza critica della
sinistra italiana”, attaccava il capo del Partito socialista,
Bettino Craxi, per essersi fatto eleggere “per acclamazione” alla
guida del Psi da un Congresso dominato con logica plebiscitaria.
Vedeva in quel comportamento, che lui riteneva non democratico, la
deriva personalistica della politica italiana, che si sarebbe
coniugata con la mai sopita tentazione “carismatica” e il disprezzo
delle regole, che tanti danni aveva prodotto in passato nel nostro
Paese. In sostanza, il capo, legittimato dall’elezione per
acclamazione, è deresponsabilizzato davanti ai suoi elettori e
risponde solo a se stesso, per quella che ritiene la propria
missione.
Fece scandalo, ed ebbe l’effetto
d’una frustata, la sua dichiarazione “Mi vergogno d’essere
italiano”, nel giugno del 1992, quando nella spaventosa strage di
Capaci ad opera della mafia, diventata così potente da portare
attacchi frontali alle istituzioni, persero la vita il giudice
Falcone, la sua compagna e tutta la scorta.
Tangentopoli travolse, con gli
scandali di corruzione, la nostra fragile democrazia e nel 1994
Bobbio scriveva che la nostra repubblica era finita nel disonore:
non di fronte al Tribunale della Storia, come è normale che a volte
possa succedere, ma davanti al tribunale degli uomini.
Ma ne ebbe anche per la Lega Nord e
Umberto Bossi, nel settembre del 1996, quando alle sorgenti del Po,
con delle ampolle d’acqua sollevate al cielo e officiando una
cerimonia grottesca, Bossi ribadì la propria voglia di secessione
della Padania. Bobbio, sbigottito e atterrito dalla pochezza
culturale dei leghisti, espresse il proprio pensiero nell’articolo “Perché
voglio restare italiano”, uscito
sempre su La Stampa.
La Seconda Repubblica, nata dalle
rovine della prima, prometteva di essere migliore. Bobbio, memore di
quella in cui aveva creduto nel 1945, con i compagni del Partito
d’azione, era semplicemente sconcertato. Nell’aprile del 2000, in
un’intervista rilasciata a La stampa,
parlava del ritorno prepotente e aggressivo di un’Italia incivile:
la “sempiterna Italia dei furbi e dei servi”, la definiva, contro di
cui la sua generazione aveva a lungo combattuto. E Silvio
Berlusconi, emblema di quell’Italia avviata a una deriva populista,
lui lo avversò da subito. Non per una questione politica o
ideologica, ma per un fatto “di stile”. Lo indignavano il suo uso
pubblicitario del “carisma”, la vocazione “cesaristica” (per Cossiga
“il picconatore”, Berlusconi era il Napoleone della Brianza) e il
giuramento sulla testa dei suoi figli, davanti a milioni di
telespettatori, per dare peso e credibilità a una sua personale
verità. Talvolta, sdegnato per certi suoi atteggiamenti, Bobbio era
indotto ad accostarlo a un despota, non tanto per la persecuzione
degli avversari o per i duri attacchi a magistrati, stampa e
giornalisti, ma per l’impudicizia di svelare in pubblico ciò che si
farebbe bene a tenere celato. E scrisse pure che se lo “scandalo” è
consumato in alto, non è più tale per i comuni cittadini. E ancora:
“La caratteristica dell’uomo tirannico è credere di potere tutto”.
Viene da domandarsi, se fosse
ancora in vita, che direbbe oggi Bobbio, con un quadro politico
italiano per nulla migliorato, anzi ancora più esacerbato,
invelenito e imbarbarito? Una risposta la si può ricercare nella sua
opera del
1990,
“L’età dei diritti”, in cui
fa l’elenco di tutti quei principi fondamentali che permettono a una
moderna democrazia di svilupparsi in un clima di pace giusta e
duratura: partecipazione collettiva e non coercitiva alle decisioni
comunitarie; contrattazione tra le parti; allargamento del modello
democratico a tutto il mondo; fratellanza fra gli uomini; rispetto
degli avversari; alternanza al potere senza l’uso della violenza.
Insomma, sono questi i fondamenti e le regole liberali del vivere
civile in democrazia, che, anche se cattiva, è sempre preferibile ad
una dittatura.
A questo punto è legittimo
chiedersi come faccia ad andare avanti questo nostro Paese così
disastrato. La risposta è che sono principalmente le famiglie a
tenerlo in piedi, perché, al contrario di tanti politici, hanno il
senso dello Stato. E sono soprattutto le imposte pagate da
lavoratori dipendenti e pensionati a finanziarne le spese.
Essendo trascorso da poco il
centenario della nascita di Norberto Bobbio (Torino, 1909-2004), ha
avuto inizio al Carignano di Torino un ciclo di conferenze, “Lezioni
Bobbio 2010”, in cui autorevoli
relatori sviluppano i propri interventi tematici partendo dai titoli
di alcune delle tante opere, che questo pensatore e politologo ci ha
lasciato.
Per quel che mi riguarda, dopo aver
creato una cartolina, “Tendenze sociali”,
con quei valori, ideali e regole che paiono morti in questo Paese
alla deriva, ho dedicato a Norberto Bobbio un dipinto del 2004, “Norberto
Bobbio tra personaggi”, e la poesia
“Fogne e tuberose”.
(Questo testo,
scritto per il Corriere -
quotidiano dell’Irpinia,
è fruibile nel sito
www.angelosiciliano.com).
Zell, 16
marzo
2010
Angelo Siciliano
FOGNE E TUBEROSE*
A navigare i sogni
a volte vibra la leggiadria
ma la realtà è altro
e s’ammanta l’estetica bellezza
d’immorale bruttezza
che la smania di belle figure
genera tracotanze e brutte figure
e la bocca ci si riempie
di giustizia che fa ingiustizie
che soldi a fiumi e leggi ad hoc
assicurano l’impunità
e dimore istituzionali ai rei.
Si svia ogni norma morale
si dissolve ogni etica
e il cielo stellato su di noi.
Celebrate da tempo ormai
le esequie degli anticorpi
argini al male sociale
e i cervelli sfilano all’ammasso
della credulità elettorale
avidi a nutrirsi d’emulazione.
Il carro della storia s’impantana
per fogne inesplorate
che si premurano di spacciarci
tra certezze dissipate
e ipocrite armonie
per viali decorosi di ibischi
chincaglierie, garofani e tuberose.
Il filosofo
Kant annotava:
“La legge
morale alberga in me,
il cielo
stellato è sopra di me”.
* A Noberto
Bobbio
Zell, 23
febbraio 2010
Angelo
Siciliano
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